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Cacciaguida: chi era costui?

«O sanguis meus, o superinfusa
gratia Dei, sicut tibi cui
bis unquam celi ianua reclusa?
» (Par. XV 28-30)

La voce di Dante

Nel quindicesimo canto del Paradiso, Dante si trova tra gli spiriti combattenti, che gli appaiono sotto forma di una grande Croce. All’improvviso, veloce come una stella cadente nel cielo limpido e sereno, il poeta vede una luce scendere dal braccio destro della Croce fino alla sua parte inferiore. Si tratta di un’anima che ha riconosciuto Dante e che è desiderosa di conversare con lui. Il contesto poetico è assai elevato, com’è possibile dedurre dal riferimento classico all’Eneide virgiliana (Par. XV 25-27) e dalle parole dello spirito celeste, pronunciate in latino (vv. 28-30), lingua solenne ed aulica (e pertanto la più adatta al contesto paradisiaco, ricco di complessi contenuti dottrinari).

L’allusione al racconto virgiliano (Aen. VI 833-1087) preannuncia il legame di parentela tra Dante e lo spirito incontrato: come Anchise si riempì di gioia quando vide il figlio Enea ai Campi Elisi, così ora il trisavolo Cacciaguida appare raggiante di fronte al suo discendente. Ma l’antenato di Dante non rivela subito il proprio nome. Infatti, in un primo tempo si limita a presentarsi come avo del poeta, sangue del suo stesso sangue (Par. XV 28: ‘o sanguis meus’). Dante non comprende, e pertanto chiede maggiori informazioni (vv. 85-87: ‘ben supplico io a te […], perché mi facci del tuo nome sazio’). Così, Cacciaguida traccia l’albero genealogico della famiglia Alighieri, di cui egli è capostipite (vv. 88-90: ‘o fronda mia […], io fui la tua radice’).

La voce dei documenti d’archivio

Ma com’è possibile essere sicuri della storicità della figura di Cacciaguida? Per rispondere a questa domanda, occorre analizzare un documento datato 28 Aprile 1131, in cui un tale ‘Cacciaguide filii Adami’ appare come testimone di un contratto d’affitto (CDD, n.1)1. La pergamena attesta che Gerardo figlio di Benzone e la moglie Gasdia figlia di Genesulo danno in affitto al nipote Brodario una casa sita accanto al monastero della Badia fiorentina, in pieno centro cittadino. Alcuni studiosi hanno negato che il Cacciaguida qui menzionato sia il trisavolo di Dante, ma gli argomenti a favore di tale ipotesi appaiono decisivi. Innanzitutto, il periodo in cui visse Cacciaguida è compatibile con la ricostruzione genealogica operata da Dante nel Paradiso. In secondo luogo, l’area dove sorgeva la casa oggetto del contratto risulta assai vicina al luogo in cui hanno sempre vissuto gli Alighieri. Infine, occorre considerare la rarità del nome Cacciaguida, non altrimenti attestato negli archivi della Badia, la fonte più importante per l’onomastica fiorentina del XII secolo. Se quanto detto finora è corretto, allora si deduce che oggi è possibile conoscere anche il nome del padre di Cacciaguida (Adamo), evidentemente ignoto a Dante.

Dettaglio di CDD, n.1; l’ultima riga riporta il nome di Cacciaguida.
Dettaglio di CDD, n.1; l’ultima riga riporta il nome di Cacciaguida.

Cacciaguida: il ritratto impossibile

Il documento sopraccitato è utile come testimonianza dell’esistenza storica di Cacciaguida, ma non fornisce nessuna informazione sul suo conto. Pertanto, non è possibile dire se le restanti notizie fornite da Dante siano vere o meno. Nulla conferma che il trisnonno avesse Moronto ed Eliseo come fratelli, né che avesse sposato una donna lombarda grazie alla quale sarebbe entrato nella famiglia il nome di Alighieri (cf. Par. XV 136-138: ‘Moronto fu mio frate ed Eliseo;/mia donna venne a me di val di Pado,/e quindi il sopranome tuo si feo’). Ignote sono anche le modalità che portarono Cacciaguida a combattere, in nome della fede cristiana, l’ultima battaglia, durante la quale fu ‘disviluppato dal mondo fallace’ (v. 146).

Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura del XV secolo.
Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura del XV secolo.

1 Il contratto è visibile e liberamente consultabile sul sito-web dell’Archivio di Stato di Firenze: http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/?opadmin=0&op=fetch&type=pergamena&id=442671 . La sua importanza (già compresa da Davidsohn, Storia di Firenze I, p. 651) è stata finalmente riconosciuta nella nuova edizione del Codice Diplomatico Dantesco (2016), in cui il documento è stato collocato in prima posizione. Esso risultava, invece, assente nella prima edizione a cura di Renato Piattoli (1940), che vi inserì solo quei documenti che a suo parere non sollevavano «il minimo dubbio sull’appartenenza alla famiglia Alighieri degli individui che essi menzionano» (p. XIV). Ciò condusse ad esclusioni ingiustificate, aggravate dal fatto che l’esistenza delle testimonianze eliminate non era neppure segnalata.

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