Vai al contenuto

Brunetto Latini e l’immortalità poetica

Fig. 1: Dante e Virgilio osservano la pioggia di fuoco che tormenta i sodomiti. Illustrazione di Gustave Dorè.

Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

 

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

                                                                      convien che ne la mia lingua si scerna.

                                                                      (Inf. XV 82-87)

 

Dante e Virgilio tra i sodomiti infernali

Con le parole sopra riportate Dante rivolge un’accorata lode alla figura del proprio maestro, Brunetto Latini, collocato tra i sodomiti infernali (terzo girone del settimo cerchio). Il termine sodomia (che Dante mai utilizza nella Commedia) deriva dall’antica città di Sodoma, distrutta da Dio perché i suoi abitanti «erano perversi e peccavano molto contro il Signore» (Gn. 13:13). Si tratta, dunque, di anime che in vita hanno commesso violenza contro Dio e contro la Natura, e che adesso sono costrette a correre in eterno su una distesa di sabbia tormentata da un’incessante pioggia di fuoco. Mentre cammina su un argine di pietra parallelo al sabbione, il poeta fiorentino si sente tirare per l’orlo della veste e si piega per capire chi sia l’autore del gesto. L’aspetto bruciacchiato dell’anima non ne impedisce il riconoscimento: «siete voi qui, ser Brunetto?», chiede Dante stupito (v. 30). I due conversano in tono colloquiale, senza mai arrestare il passo: chi si ferma, infatti, dovrà giacere per cent’anni senza potersi difendere dalla pioggia infuocata. Dante è legato a Brunetto a tal punto che si rammarica per la sua morte: «se fosse tutto pieno il mio dimando … voi non sareste ancora/de l’umana natura posto in bando» (vv. 79-81), ovvero “se i miei desideri potessero avverarsi, allora voi sareste ancora vivo”. Del maestro viene ricordata con vivida emozione la dolce immagine paterna di quando, nel mondo terreno, di tanto in tanto spiegava come l’uomo possa raggiungere l’immortalità. La riconoscenza verso gli insegnamenti di Brunetto verrà testimoniata da Dante per il resto della vita (vv. 86s.).

L’insegnamento di Brunetto nell’iter formativo dantesco

Ma chi era Brunetto Latini? Nato a Firenze nel 1220, fu illustre notaio e uomo di lettere. Non è un caso che Dante lo apostrofi con l’appellativo “ser”, che a Firenze era riservato rigorosamente a preti, notai e maestri di scuola. Compose il Trésor, prima opera enciclopedica in volgare contenente elementi di storia, fisica, geografia, arte, filosofia, etica e politica. Per comprendere il ruolo di Brunetto nella vita di Dante, occorre ripercorrere l’iter formativo del poeta fiorentino. A tal proposito, non si conosce molto: nell’infanzia, un doctor puerorum (una sorta di maestro elementare) gli insegnò a leggere e a scrivere e gli fornì i primi rudimenti della lingua latina, che sarebbe stata oggetto di ulteriori approfondimenti impartiti da un doctor gramatice. A séguito di questo percorso, negli anni ‘80 Brunetto divenne per Dante maestro di ars dictaminis (l’arte di parlare in pubblico, formidabile strumento di formazione degli uomini di governo). Il Latini, dunque, gli insegnò come parlare in maniera efficace nelle ambascerie e nei pubblici consigli e come scrivere correttamente epistole politiche. Questo sapere tecnico non era separato dalla dimensione etica: la dottrina appresa doveva essere indirizzata all’utilità pubblica, secondo il modello ciceroniano del vir bonus dicendi peritus. Ma ciò che più colpì Dante dell’insegnamento di Brunetto fu la possibilità di ottenere l’immortalità attraverso le opere letterarie (v. 85: «m’insegnavate come l’uom s’etterna»). Sembra andare in questa direzione l’invito finale del maestro a ricordare la propria opera: io ti raccomando, dice Brunetto, quel «Tesoro/nel qual io vivo ancora» (vv. 119s.). È possibile che, grazie al Latini, Dante sia stato introdotto ai rudimenti della filosofia, disciplina che approfondirà per conto proprio soltanto in età matura, dopo il rientro da Bologna e il trauma della morte di Beatrice (1290).

Dante e la sodomia

I sodomiti infernali vengono trattati da Dante con un certo rispetto, e lo stesso Brunetto è ricordato con affetto sincero. A quei tempi, la sodomia non era considerata un peccato grave, come si evince ad esempio dalla testimonianza del Boccaccio, secondo cui le frequentazioni omoerotiche non apparivano disdicevoli quasi a nessuno. Insomma, la condanna teorica dell’omosessualità non era ancora accompagnata dalle azioni repressive che avranno luogo in età tardo medievale. Perché, allora, Brunetto non si trova nel Purgatorio (dove pure è presente una schiera di sodomiti destinata alla salvezza) ma è condannato all’Inferno per l’eternità? Probabilmente perché Dante era venuto a sapere qualcosa di assai grave sul suo conto. Non si contano le ipotesi formulate a tal proposito: forse il Latini aveva praticato la sodomia in una forma estrema, forse, più verosimilmente, non si era mai pentito dei propri peccati.

errore: Content is protected !!